Raffaele Cantarella ha voluto offrire in un'antologia i capolavori della tragedia ellenica, da lui stesso tradotti con rara sensibilità. La prefazione di Dario Del Corno rievoca la figura di Cantarella, studioso del teatro classico, maestro di letteratura greca e finissimo traduttore.
Due tragedie “forti”, in cui la presenza degli dèi ha ormai solo una funzione di immagine-simbolo di valori immanenti nella vita dell’uomo, come la forza dell’eros e l’ideale della purezza. La protagonista di Ippolito, Fedra, e ancor più Medea sono tra i personaggi più drammatici del teatro d’ogni tempo: la tragedia è tutta interiore, il conflitto è dentro l’animo delle due straordinarie figure femminili, nello scontro tra le ragioni del cuore e della passione e la lucidità delle risoluzioni estreme portate a compimento.
Nell'ultimo scorcio del V secolo a.C. il tracollo militare e la crisi dell'economia e della cultura fanno presagire l'imminente rovina di Atene. Componendo le Rane, Aristofane immagina che Dioniso scenda nell'oltretomba per riportare Euripide in vita e restituire alla città il suo perduto fulgore. Ma nell'aldilà egli dovrà giudicare la contesa artistica tra Eschilo ed Euripide, mettendo in luce doti e debolezze dei due grandi poeti. Come scrive Del Corno: "La totalità dell'esperienza teatrale è il significato ultimo che Aristofane ha inteso conferire alle Rane: sentendo forse, nella passione estrema della catastrofe d'Atene, che la gloria della città stava nell'invenzione e perfezione di quella forma dell'esistenza che è il teatro".